Mi dispiace, ma senza i Pooh non me la sento di continuare. Questo blog chiude definitivamente. E speriamo in un bel progetto solista di Roby Facchinetti.
Se mi volete mi trovate su Facebook, e a ai giochi della Playfish vi dò la merda quando voglio.
Sophie Kinsella a casa mia viene considerata un simpatico mostro. Una specie di canide, del genere probabilmente chihuahua, di quelli molesti, odiosi, la cui unica utilità nella vita è quella di dare un immediato sollievo ogni volta che vengono presi a calci in culo. Eppure questa sua ultima fatica, Ti Ricordi Di Me?, tutto sommato non l'ho letta con la classica sottile angoscia che mi prende ogni volta che mi tuffo nella chick lit.
Perché sì, ho sempre visto l'istinto compulsivo tipicamente femminile a fiondarsi nello shopping, o i crolli emotivi da pigiama-party-a-casa-mia e ci-guardiamo-Flash-Dance sbafandoci-Nutella, in maniera molto simile alle psicosi e alle frustrazioni che colpivano i reduci del Vietnam, tipo Walter Sobchak ne Il Grande Lebowski, con la differenza che le tragedie anziché a Saigon si consumavano nelle boutique. Roba a metà tra il pietismo e una vena manco troppo sottile di disprezzo. Ma Ti Ricordi Di Me? non è incentrato per una volta sul mondo delle shopaholic (pur avendone dei riferimenti), e il tema centrale non è quello di parlare delle simpatiche paturnie del mondo delle trentenni d'oggi, tra un educato pompino e una serata al karaoke, passando per i week end romantici al mare assieme al figo di turno (probabilmente con le fattezze di Hugh Grant). C'è quantomeno una storia. E sì, sarà flebile come il filo munto dal culo di un ragnetto, una riedizione della favola di Cenerentola affetta da amnesia, ma quantomeno è apprezzabile lo sforzo, per la generazione di donne in carriera, frivole e superficiali, tra i trenta e i quarant'anni, di cercare di imbastire una storia. Che poi ne esca un libro del cazzo, pazienza.
E la cosa che mi ha sempre fatto specie della Kinsella è che, tra il mare di superficialità in cui solitamente naviga, le frivolezze da decerebrata del cazzo, tutto sommato si intravede un senso dell'umorismo che sì, sarà vacuo, ma che per quella serata è capace di tenerti sveglio. Niente di eclatante, chiariamoci, ma è lo stesso interesse che si accende nell'antropologo che scopre qual è stata la prima qualità di primate ad avere il pollice opponibile.
Insomma, per una volta più che Bridget Jones siamo dalle parti della svolta leggera di Jay McInerney nel periodo brat pack, quella di Professione: Modella. Senza ovviamente la stessa classe e brillantezza, e con una pericolosa attitudine a cadere nei cliché, e una serie di comportamenti della protagonista che me la rendono particolarmente odiosa, e per finire una trama stile deus ex machina che sembra un film di Tom Hanks nel periodo giovanile (quello da "film della domenica pomeriggio su Rete 4"), ma stiamo parlando di una donna, mica possiamo pretendere granché. Avete voluto l'istruzione pure per le femmine, affinché imparassero a scrivere? Questi sono i risultati.
E soprattutto la prossima volta che sono inchiodato a casa di mia sorella a fare da baby sitter, ricordatemi di portarmi un libro decente, poi finisco che me lo devo leggere e mi devo dare tutte le attenuanti del caso per riuscire a sopravvivere alla vergogna. Cazzo.
Sei nella mia vita da così poco tempo, eppure l'hai cambiata già così tanto. Sono una persona assai diversa, da quando ci sei tu. La mia vita prosegue uguale a sempre, faccio ogni giorno le stesse cose, incontro le stesse persone, ho ancora tutti i miei stessi sogni di solo qualche mese fa. Eppure, qualsiasi cosa io stia facendo, non posso fare a meno di pensare a te. Lavoro e penso a te. Esco con gli amici e penso a te. Sono da mia madre e penso a te. Sei un chiodo fisso che mi costringe ogni volta a recuperare concentrazione, perché me la fai perdere.
Non pensavo di potere arrivare a tanto. E so bene che, anche se inevitabilmente certe passioni con il tempo perdono smalto e forza, fino a svanire per essere sostituiti da altro, e spesso ci si lascia e ci si dimentica di tutto quanto si è passato assieme, per ora mi godo la felicità che mi sai dare, senza pensare al futuro. Perché è meraviglioso quando posso concederti tutto me stesso, abbandonarmi, e il tempo che trascorro con te sembra sempre durare troppo poco, e quello che mi separa dal potermi dedicarti l'eternità.
Grazie, grazie di esserci, grazie di esistere, grazie per tutte le indescrivibili emozioni che ogni volta, come se fosse la prima volta mi sai dare. Ti adoro, FIFA 09.
Breve comunicazione di servizio: sono ancora vivo. Sto vivendo un periodo davvero sballato, ma mi sono finalmente deciso a mettere insieme tutte le questioni in sospeso che mi stavano facendo affondare, perché davvero nella vita a volte qualcosa per noi stessi dobbiamo farlo. E poi c'è una ragazza, che mi ha fatto a pezzettini, messo in ginocchio, e mi ha spinto a fare tutto questo. Oh, per adesso non è proprio una storia a lieto fine, e potrebbe non esserlo mai. Ma sto lavorando per fare in modo che lo sia.
Pazientate, e scusatemi se non sono molto presente, o (ipotesi nemmeno remota) se non sarò più presente. Ma questa proprio me la dovevo.
Abbiate la più radiosa delle vite, nel frattempo. Ve lo meritate.
Poco più di un anno fa parlavo di questa sorta di rinascimento del mondo dei telefilm. Belle sceneggiature, idee, casting azzeccati, ottimo budget. E serate intere passate a gustarmi episodi da Heroes, Dottor House MD, Lost, Californication, e una marea di altre serie americane.
Oggi invece debbo dire che di idee, per serie nuove, ce ne sono parecchie (l'ultima che mi ha conquistato è di fattura tutta inglese, parlo di No Heroics), ma alla lunga il perdurare di un telefilm mostra inevitabilmente il fianco, arrivando appunto al fatidico salto dello squalo. "Jump the shark" infatti è un modo di dire tutto anglosassone che si riferisce a quando un serial inevitabilmente scade, e nasce dalla sit com cult Happy Days (originariamente infatti era tale, e solo in Italia sono state tolte le classiche risate preregistrate) quando Fonzie appunto salta lo squalo su degli sci d'acqua. E sono molte, delle serie che seguivo che attualmente stanno compiendo il loro salto dello squalo.
Heroes su tutti. La serie che più mi aveva appassionato ha avuto il suo punto focale a due puntate dalla fine della prima serie, quando tutto sommato ancora tutta la baracca rimaneva in piedi. Poi, complice un finale low budget (doveva essere uno scontro apocalittico tra supereroi armati di grandi poteri, ed è finito con Nikki che colpisce Sylar con un parchimetro...), un crollo verticale della trama insulso e ridicolo, c'è stato il salto dello squalo. La seconda serie s'è rivelata una stronzata totale. Certo, molto è dipeso dallo sciopero degli sceneggiatori dell'anno passato, che ha mozzato a sole sei puntate l'intera stagione, ma davvero, la sensazione che il concetto dietro a tutto il telefilm fosse "se hai i poteri sei un imbecille e quindi ti farai fregare come un fesso" è stata davvero forte. E poco è servito che, nella terza serie, qualcosina si risollevasse, per poi incasinarsi terribilmente in alcuni viaggi del tempo e paradossi temporali che, come spiega il doc Brown di Ritorno Al Futuro, sono sempre da evitare. Se poi ci aggiungiamo che gli sceneggiatori stanno semplicemente giocando a quanti più rimandi fumettistici sia possibile aggiungerci, con espedienti narrativi già visti e rivisti, per fare la fiera di Nerdland, allora il quadro è completo.
Subito dopo Heroes è stato Dottor House MD la serie più tartassata. Siamo ormai alla quarta stagione italiana (la quinta in originale), ed era normale che il format iniziasse a scricchiolare pericolosamente. House ormai è senza più alcun controllo e parvenza di sanità. Se prima era costruito sulla figura del celebre investigatore Sherlock Holmes, ora ne ricorda molto più il fratello Mycroft. Anch'esso grande investigatore, ma totalmente privo di alcun senso pratico e capacità di discernimento delle situazioni. Un folle che ormai non giustifica nemmeno più con il suo genio la sua incapacità di attenersi alla minima regola. Hugh Laurie giogioneggia sempre con fare divertente, ma oramai le dinamiche tra lui, Wilson, i suoi assistenti, sono state viste, riviste, e straviste, e difficilmente strappano anche solo un sorriso.
Pollice verso anche per la seconda serie di Californication. Sì, temevo molto che diventasse "la storia della felice famiglia Moody", ma pure il continuare a ripercorrere le stesse strade, tra incertezze sentimentali, trasgressione, e sesso, francamente ha stufato. Anche perché, e questo gli sceneggiatori se lo sono dimenticato, il concetto fondamentale e più interessante di Hank Moody non è la sua vita sregolata, le sue turbe sentimentali, o la commedia degli equivoci trash che lo circonda, ma è l'essere uno scrittore. In crisi, bloccato, ma sempre e comunque capace di impressionare, commuovere, scuotere. Bukowski, su cui il protagonista di Californication è stato costruito, era ANCHE un simpatico ubriacone, puttaniere e debosciato, che scatenava anche grandi momenti di ilarità e umana compassione. Ma se non fosse stato il talento che era, nessuno lo avrebbe cagato di striscio, non più dei tanti simpatici ubriaconi e puttanieri che infestano Los Angeles. Da rivedere quindi: le stiuazioni assurde e grottesche di Hank Moody divertono sempre, ma lo vogliamo vedere scrivere, sentire quello che ha da dire, ché se pensa solo a scopare, incasinarsi la vita, o a ubriacarsi non è poi così interessante.
Tiene invece botta, e rimane assolutamente godibile la sitcom The Big Bang Theory, telefilm molto classico a forte impronta nerd. Alla seconda stagione tutto sommato il format ancora regge, le battute sono sempre formidabili, ma qui aiuta molto il fatto che sia una sitcom, e perciò costruita più sui personaggi e le loro idiosincrasie che su un vero e proprio plot. Avverto comunque che la serie è ad alto tasso nerdistico, che spazia dai comic book alla fantascienza, passando per la fisica teorica, l'informatica, e la tecnologia, e che quindi molte battute non siano di immediata comprensione al grande pubblico.
Buon ultimo invece una recente scoperta: il telefilm completamente inglese No Heroics, una parodia del genere supereroistico, dove un gruppo di patetici e debosciati supereroi si ritrova ogni sera al pub the Fortress per bere e chiaccherare come tutti. Anche qui il tasso nerd è abbastanza alto (ma non così impegnativo come per The Big Bang Theory) ma alla fin fine si ride più per le nevrosi di questi personaggi che dei loro poteri. Stupisce poi l'alto tasso di unpolitically correct, a volte ben oltre l'irriverente e dalle parti del cattivo gusto, ma che a me fa ridere ogni volta davvero molto.
Anzi, mi sa che ora mi guardo un altro episodio proprio di questa serie.
Domani mini trasferta per il week end: me ne vado a Padova a bere, gozzovigliare, stare con i soliti amici, e rivederne di vecchi.
Direi proprio che ci vuole: quest'anno niente ferie, e di fatto ne sto subendo le conseguenze, mi sta venendo un caratteraccio, io che normalmente sono sempre così dolce, sensibile e gentile.
Ci risentiamo domenica pomeriggio. Sempre che ritorni intero e al pieno delle mie facoltà mentali, intendo. Ho voglia di andare a divertirmi, e sono sufficientemente carico.
DISCLAIMER: se non avete visto il film o il musical Mamma Mia! e non volete rovinarvi la sorpresa con degli spoiler non leggete il seguente post. Mica sono uno di quegli stronzi che racconta le anticipazioni di una trama e rovina la fruizione delle opere alla gente, io.
Babynestlè è un'insopportabile ragazzina che sta per coronare il suo sogno d'amore con il Conte, suo fidanzatino dall'epoca in cui insieme correvano per i monti, dove le caprette fanno ciao. È stata cresciuta da una madre single, Rita, acida e nevrotica, che ha abbandonato una promettente carriera canora come solista del trio vocale delle Hangover assieme alle amiche Nina (ora scrittrice di successo di libri sui chihuahua e sulla cinofilia in generale) e Tess (una mangiauomini impenitente), per dedicare la propria vita alla figlia, e alla gestione di un piccolo albergo sull'isola di Mykulos, piccolo lembo di terra nel mare greco, probabilmente paradiso estivo per omosessuali. Ora, il giorno prima del suo matrimonio, rivela alle amiche Mercedes Colomar e Eudossia, arrivate sull'isola per fare da damigelle al matrimonio, il piano che ha architettato per scoprire finalmente chi sia suo padre, di cui sua madre non le ha mai rivelato nulla. Infatti tempo addietro aveva casualmente trovato il blog che in gioventù, proprio nel periodo del suo concepimento, la madre Rita scriveva. Alle amiche racconta infatti che vent'anni fa Rita si vedeva con tre uomini, ed uno dei tre non può che essere il padre che non ha mai conosciuto. E all'insaputa persino della madre, Babynestlè ha invitato tutti e tre al matrimonio del giorno dopo, certa che incontrandoli avrebbe naturalmente capito chi di loro fosse suo padre.
I tre sono Gattosecco, un appassionato di musica marchigiano, Riley, un gentiluomo intenditore di calcio ma che a Tekken è tra lo scarso e il disabile, e LoadingMind, un viareggino dai modi e dall'aspetto ambiguo. Tutti e tre, con tempi lievemente differenti, vent'anni fa frequentavano Rita, e ora si ritrovano tutti e tre sull'isola di Mykulos per le nozze della figlia della donna che un tempo tutti e tre amavano, senza nemmeno immaginare che Babynestlè possa essere loro figlia.
Ne nasce quindi una commedia degli equivoci in cui, poco alla volta i tre iniziano a sospettare il motivo per cui siano stati invitati a quel matrimonio, e tutti e tre si offrono di accompagnare la sposa all'altare, credendo, ognuno di loro, di essere il vero padre della ragazza. Rita intanto, venuta a sapere della presenza dei suoi tre antichi innamorati sull'isola, va in crisi, e solo l'aiuto delle due amiche di un tempo, Nina e Tess, che la fanno ubriacare fino a che è abbastanza stordita da dedicarsi a balletti di dubbio gusto e a cantare canzoncine equivoche, riesce a risollevarle il morale.
La sera prima del matrimonio però la futura sposa inizia a dubitare del suo prossimo matrimonio, in quanto si rende conto che il suo promesso sposo è un alcolizzato che si veste in stile Guantanamo Bay e che per divertimento fa saltare le cose con delle cariche esplosive, e litiga violentemente con la madre, che abbattuta dalle parole delle figlia e dalla situazione se ne va all'Acquario di Genova a guardare gli animalini buffi, ché la fanno ridere sempre e le tirano sempre su il morale.
È finalmente il giorno del matrimonio, ed è la resa dei conti. Nessuno dei tre potenziali padri accompagna la sposa all'altare, che viene invece accompagnata dalla madre, anche se la gente la scambia per il bouquet, viste le ridotte dimensioni e la zazzera di un colore improponibile. Davanti però al prete, Wayne07, Babynestlè scopre di non volersi sposare con il Conte, che però la prende con straordinaria filosofia e se ne va al bar a bere, e decide di punto in bianco di partire per un viaggio intorno al mondo che però si fermerà a Manchester, in quanto le erano finiti i soldi. In compenso Wayne07 unisce in matrimonio Rita con Riley (anche perché costui era strafatto e non si rendeva conto delle sue azioni e del suo errore), e al pranzo nuziale si scopre che pure Nina, la donna chihuahua, se la intende con Gattosecco, mentre invece la mangiauomini Tess ha un breve flirt con Frank87, un ragazzino della zona, e arriva infine il più scontato dei colpi di scena: LoadingMind è gay, ed è felicemente innamorato di Boston, un uomo che si mette il mascara.
Gran finale con tutto il cast che balla sulle canzoni degli ABBA, in un tripudio di coreografie equivoche ed ammiccanti, costumi meravigliosamente pacchiani e kitsch, e l'amore che trionfa sul suo carro dorato.
Insomma: andatelo a vedere perché è orrendamente e oscenamente bello, nonché totalmente gay.
Mia madre diceva che le avevo spezzato il cuore... ma era importante la mia integrità. È tanto da egoisti? Si vende per così poco, ma è tutto ciò che ci resta qui dentro. È il nostro ultimo centimetro... ma in quel centimetro siamo liberi.
[...] Strano che la mia vita debba finire in un posto tanto terribile. Ma per tre anni ho avuto rose e non ho chiesto scusa a nessuno. Morirò qui, morirà ogni centimetro di me... tranne uno.
Uno.
È piccolo e fragile ed è l'unica cosa al mondo che valga la pena avere. Non dobbiamo mai perderlo, o venderlo, o darlo via. Non dobbiamo mai permettere che ce lo tolgano.
Non so chi sei, né se sei uomo o donna. Forse non ti vedrò mai. Non ti abbraccerò, né piangerò con te. Né mi ubriacherò mai con te.
Ma ti amo.
Credo che tutti nella vita dovremmo avere serate come questa. In cui si resta a casa, a rileggere le opere che ci hanno fatto crescere e ci hanno resi ciò che siamo, in una sorta di cammino a ritroso sui nostri passi, a misurare quanto nelle orme di dove abbiamo camminato riescano a starci i piedi che abbiamo oggi. E non lo dico solo perché avrei preferito, anziché rimanere spaparanzato a casa a leggere, essere in una jacuzzi con due maggiorate, a scambiarmi vari fluidi corporei. Anche perché sarebbero state due maggiorate ancora acerbe.
Dicevo: rimanere in casa a leggere di sabato sera vecchi libri e fumetti, è sempre stata un po' la mia maniera di coccolarmi. Mi tranquillizza. Credo che sia l'unico modo che mi riesce per avere l'esatta lunghezza di strada che ho percorso. E uno dei punti cardine, tra le tante letture in cui ho passato molte notti insonni, è sempre stato questo comics, V For Vendetta di David Lloyd (disegni), e di quell'immenso talento (paragonabile per me, in altri ambiti, solo con Bob Dylan, Luis Figo, e Sergio Leone) che è Alan Moore, sicuramente il più grande sceneggiatore di tutti i tempi.
V For Vendetta non è certamente la sua opera più complessa, matura, geniale o perfetta (che secondo me è invece l'inquietante e terribile From Hell, subito seguito da quel crepuscolo degli dei che è Watchmen), ma è di sicuro quella più struggente, selvaggia, istintiva (nonostante la scrittura di Moore, seppur sempre permeata di un genio inquieto e visionario, sia sempre estremamente cerebrale e pensata, vedasi anche il saggio sulla scrittura Writing For Comics, in cui lo sceneggiatore, famoso anche per la sua figura e i suoi atteggiamenti estremamente eccentrici - lui si è autoproclamato magus, ed è solito lasciarsi andare in comportamenti da sciamano - si rivela anche estremamente professionale, sensato, metodico e preciso).
Una graphic novel che secondo me dovrebbe essere studiata a scuola, seppur densa di valori sovversivi, spesso amorali, e decisamente di non facile lettura.
V For Vendetta parla di di una sedizione, di una rivolta, di un terrorista che distrugge un'ipotetica distopia tutta inglese in anni novanta di ferro in cui una nuova forma di nazismo, in seguito a una nuova guerra mondiale, s'è instaurata nella perfida Albione. E scordatevi il filmetto, annacquato, fuorviante ed assolutamente fuori tiro, che i fratelli Wachowski ne hanno tratto, tradendo in tutto e per tutto l'idea originale (e rovinando a chissà quanti potenziali lettori uno dei più bei colpi di scena, anzi il più bello, che io abbia mai letto).
Ma nonostante il tema sia estremamente politico, V For Vendetta non parla alle masse né vuole dare dottrine sociali. V For Vendetta parla alle persone, anzi: alla persona. Parla di cambiamenti nell'uomo, non dell'umanità. Parla di trasformazioni, ma sono trasfigurazioni dei cuori, dell'animo, nella testa, non cambiamenti sociali.
Ed è struggente. Da lacrime, da cuore spezzato, dall'incapacità di credere che per ognuno di noi, aldilà di quella gabbia bella e terribile che è la nostra vita, che è la felicità, che l'essere noi stessi, ci sia qualcosa di tanto grande, e di assolutamente irraggiungibile nella sua spietata amoralità, nel suo essere più forte della basi su cui ognuno di noi ha costruito la propria esistenza.
E io, ogni volta che lo rileggo, mi sento sempre più inadeguato, piccolo, meschino, umano troppo umano. Ma al contempo sono sempre stupito dalla grandiosità delle sue idee, che spirano dentro alla gabbia in cui leggo, l'aria di una libertà e di una disumanità che anche solo per un attimo mostra quello che, ognuno di noi, non solo potrebbe essere, ma soprattutto dovrebbe essere.
Fate un favore a voi stessi: leggetelo. Vi potrà forse stare peggio, o forse invece stare meglio. Ma di sicuro, se non siete zucche vuote, vi cambierà.
Cinque anni fa passai anch'io una notte così, nudo sotto un cielo travolgente.
Questa notte è tua.
Coglila.
Avvolgila tra le tue braccia. Affondala nel tuo cuore, fino alla fine...
Ci sono i periodi in cui ho bisogno di cose rassicuranti. E allora mi rifugio nella mia stanza, a riguardare film che ho visto cento volte, a rileggere libri che ormai so a memoria, e ad ascoltarmi quel gruppo di canzoni che oramai conosco fino alla nausea. In un certo senso è come tornare bambini, aggrapparsi alle nostre eterne coperte di Linus, e ricoprirci con essa interamente, di modo che nemmeno un poco di noi salti fuori.
Sono i periodi in cui, se sono onesto con me stesso (ed io lo sono sempre), vivo un po' con la paura. Di non so cosa. Dei draghi là fuori, forse. Del timore dei fallimenti, probabilmente. Della vita, che è sempre stata la cosa che m'ha sempre spaventato più di tutto. Non lo so. Non so bene cos'è che temo. Ma so che ho bisogno di riabbracciare le cose amate, di rimanere sotto le coperte quando fuori piove, di cantare a squarciagola Like A Rolling Stone quando sono in macchina. Mi sento, in questi periodi, come un mare senza alcun fondo, una barca che non ha nessuna ancora, un aquilone il cui filo è stato reciso.
Inquieto, incompleto, e terribilmente stanco.
Ci sono invece periodi in cui ho bisogno di viaggiare. Di riempirmi gli occhi di meraviglie e posti nuovi. Di sapere come ci sente al tramonto di una giornata vissuta intensamente altrove. E casa mia mi sembra così piccola, misera, vuota, e fredda. In un certo senso è la voglia di diventare grandi, e di seguire i percorsi che abbiamo sempre desiderato seguire, e aprirci a questo mondo che è troppo grande per essere abbracciato solo dall'orizzonte di dove viviamo.
Sono i periodi in cui, se sono indulgente con me stesso (e io lo sono sempre), dovrei concedermi davvero di prendere e andarmene. Da solo magari. A ricordarsi com'è lo svegliarsi la mattina in un letto che non è il tuo, e ad apprezzare ogni volta un pezzo di mondo differente. È un desiderio languido di non so cosa. Di ciò che abbiamo sognato, forse. O di canzoni non ancora ascoltati, film che non abbiamo mai vissuto, libri che non siamo ancora riusciti a scrivere. Della vita, che è sempre stata la cosa che m'ha fatto bruciare più di tutto. Non lo so. Non si sa mai bene nemmeno ciò che desideriamo per noi. Ma so che ogni tanto riparto, mi rimetto in cammino, abbandono per un po' le cose amate, e viaggio cantando a squarciagola Like A Rolling Stone quando sono in macchina. Mi sento, in questi periodi, come un mare senza alcun fondo, una barca che non ha nessuna ancora, un aquilone a cui deve essere reciso il filo.
E mi viene voglia di viaggiare perché sono inquieto, incompleto e terribilmente stanco.
E poi ci sono i giorni, come questo, in cui mi sento entrambe le cose. Vorrei partire, ma ho bisogno di rifugiarmi. Ardo di desiderio, ma sono troppo spaventato. I giorni normali, insomma. Quelli che vale la pena vivere giusto perché sai che presto l'una o l'altra inclinazione prenderanno il sopravvento. E tutto sommato allora aspettare in giorni come questi ne sarà valsa la pena.
Cazzo. Ho davvero bisogno di non so nemmeno io cosa.
Visto che oggi m'è arrivato un SMS da alcune pettegole che facevano battutine sul mio pisello, e stasera si conversava amabilmente su MSN di sesso e affini, mi sono detto: perché non parlo di lui, l'elemento centrale della mia esistenza, il Figliolo Prediletto con il quale mi sono spesso compiaciuto, sua maestà Pisello I?
Voglio dire: è buffo. La situazione intendo, non il bastardo con un occhio solo (lui è di una serietà e di una rigidità assoluta). Ho un blog da più di un anno, ho parlato di molti aspetti della mia vita, ho raccontato di me, e non ho mai accennato al Primo Motore Immoto della mia esistenza: il cazzo.
Io, lo dico con assoluta convinzione e senza alcun pudore, sono il classico uomo che pensa solo col pisello. Di più: è di gran lunga la parte migliore di me. Quella senza la quale sarei di sicuro una persona peggiore. Perché sì, mi ha spesso costretto nella mia vita alle situazioni più patetiche e agghiaccianti, e ha fatto in modo che la mia dignità e il mio senso della decenza fossero oltremodo compromessi, ma è anche vero che il mondo è davvero un posto buio, e freddo, e terribile senza poesia. E non esiste un poeta senza una musa. E non esiste una musa senza, beh, lui, il pisello.
Sì, già vedo le solite femministe sbraitanti, condannarlo e additarlo come simbolo della mollezza di questi tempi (di costumi, intendo: sono come Paolo, un ragazzo fortunato: mai avuto carie in vita mia), ma se ci pensate bene è vero. Archimede diceva: datemi una leva e vi solleverò il mondo. E a voi donne, gli essere più strambi e meravigliosi del creato (assieme al dodo, intendo), è stata donata: la leva con cui potete elevare l'universo alle più alte vette. Siete voi che potete ispirare l'arte, siete voi che potete condurre gli uomini nei terreni della gloria. E tutto questo grazie a lui!
Del resto la lancia dei cavalieri della Tavola Rotonda, un'accozzaglia di uomini indomiti e pari, ha sempre puntato verso il Graal, la Coppa, simbolo del ventre femminile. L'Amor Cortese e la dolce lode per le imprese più gloriose e rampanti parte da quello, dalla ricerca del feminino sacro, dalla lancia del gagliardo cavaliere che punta inevitabile a penetrare dove l'uomo si abbevera.
Lo so che come discorso sembra a metà tra Il Codice Da Vinci e la posta di Penthouse, ma è pure mezzanotte e mezza, ho solo una sigaretta, e ho passato ogni singolo minuto libero della giornata a cercare di arrivare a 300 al bowling di Facebook e mi sono fermato sempre a 299. Accontentavi di queste stronzate messe giù qui. Tanto alla fine i post sono sempre e soltanto una scusa per scrivere cagate nei commenti.
Se sai leggere devi capire; se sai scrivere devi sapere qualcosa; se sei in grado di credere devi comprendere; quel che desideri dovrai saperlo fare; se esigi non otterrai niente; e sei hai esperienza devi renderti utile.
Johann Wolfgang Goethe
Andate tutti quanti a cagare.
Charles Bukowski
Quando si spara si spara, non si parla.
Tuco
Noodles, ci rimangono solo dei bei ricordi, e se adesso uscirai da quella porta nemmeno quelli ti rimarranno.
Deborah
In questo momento sei il capo di due sole cose: del cazzo e della merda. E anche di quelle per poco.
Ash
Mitch, scatena la furia!
Barry Manilow
Devo avvertirti giovane signora, che sono sensibile all'adulazione.
Esteban Vihaio
Che potere avrebbe l'inferno se i dannati non potessero sognare il paradiso?
Morfeo
Il buon dottore ama scorticare le persone vive. Nimrod è un cacciatore. Gli bastano pochi minuti per dissossare ed eviscerare qualunque animale. Quanto a me, la mia passione sono gli occhi. E sai cosa faremo ora, Philip? Faremo a turno.
Il Corinzio
Ringo. Ecco, Ringo è un killer con stile. Quegli occhi color ghiaccio non mancano mai un colpo. È carino coi bambini e gli animaletti, e dalla Chinatown di New York a qui avrà ammazzato almeno duecento persone. Finiamo spesso pari a carte, Ringo e io. E credo che non sia l'unica cosa in cui siamo pari, ma non ho fretta di scoprirlo.
Tommy Monaghan
Sembra che io abbia una costituzione che non regge l'alcol e ancor di meno l'idiozia e l'incoerenza.
Jack Kerouac
Eviterei di circondarli.
John Rambo
Quando il primo essere vivente fu creato, io c'ero, già in attesa. Quando l'ultimo essere morirà , il mio incarico sarà giunto al termine. Metterò le sedie sui tavoli, spegnerò le luci, e chiuderò a chiave l'universo prima di andarmene.
Death
Il mio nome è John Constantine, ed è qui che rimango. Tormentato da Londra. E Londra tormentata da me.
John Constantine
Addio mia cara. Eri ciò per cui più valeva la pena di essere umani.
Il Paradiso dei Marinai
Mi hanno insegnato che non è educato fare aspettare gli amici. Prendi qualcosa da bere?
Morfeo
Io giocavo solo da piccolo, e giocavo a Jack Beauregard.